Antropologia della vita quotidiana

La donna che mi insegnò a cucire

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La credenza che le donne debbano essere madri dei loro figli, mogli dei loro mariti, lavorare in posti part time per adempiere a queste funzioni, dove sono mal pagate ma ben vestite, stanche ma risplendenti, sofferenti ma solari, ha creato in loro identificazioni con l’idea di essere fallite se non in grado di spuntare da sole tutte le tacche della lista.

Sono figlia di una donna che mi ha educato ad amare con libertà, così tanta che da appena sposata per questioni logistiche lei ed il marito vivevano in città separate, così tanta che incinta visse gravidanza e parto a Roma mentre suo marito era per lavoro a Bruxelles, così tanta che 9 anni dopo vinse un concorso e migrò al Nord per un po’.

Come figlia vissi quella fase come un lutto, un abbandono, sostenuto dai giudizi delle suore che avrebbero dovuto insegnarmi una religione venendo da una famiglia spirituale ma non praticante, ma quello che accadde tra le mura dell’istituto e tra le stanze della mia mente fu solo reputare mia madre una stronza che mi aveva abbandonato e vivere gli anni successivi in una sofferenza ed in un pensiero dicotomico sulla femminilità. Così per essere me stessa, per vivere il sogno della bambina che voleva raggiungere degli obiettivi elevati, mi parve ovvio che dovevo trasformarmi in un maschio.

Stereotipi su stereotipi, credenze su credenze che come virus contaminano cervelli che fondendosi nel grande unico cervello degli esseri umani interconnessi, generano sensi di colpa in chiunque, indipendentemente dal genere sessuale, cerchi di seguire la propria strada, quella dove ti porta il cuore sede della coscienza, l’essenza di noi. Costruendola momento per momento, la via, e ripulendo il cervello da ogni sorta di infiltrazione possiamo veramente vivere, perché lo sappiamo bene che per quanto alcune cose ci sembrino assurde sono memorizzate dai tempi dei tempi e portano ad esprimersi in giudizi, perché l’essere umano si sa che fa così, inconsapevole della natura prettamente culturale del giudizio, pura etichetta. Ormai si sa che ogni essere umano identificato con il suo Ego ha bisogno di sentirsi superiore ad un altro, ad altri, per non crollare e sentire quel vuoto che è assenza di sé e pura libertà.

In parole povere abbiamo paura di sentirci liberi, tendiamo ad identificarci con una funzione della mente-Ego solamente perché ci detta delle regole, è una sorta di costituzione creata e condivisa ma sulla base delle paure, sulla paura di esprimersi liberi ognuno secondo coscienza, che come si sa è l’unica vera governatrice della barca che naviga tra le onde della vita. Così, ascoltando la voce della coscienza che emergeva dal centro del petto espandendosi nel mio corpo e trasformandosi in concetto comprensibile dal cervello, ho un giorno compreso quello che ho sempre sentito e rotto ogni sorta di sofferenza, ho capito che ogni donna è madre di figli messi al mondo dagli altri perché, se da un lato delle donne castrate nella possibilità di amarsi e dare amore condannavano la scelta di una madre di essere anche donna, dall’altro lato c’era una donna che non aveva avuto suoi figli e che a quel tempo incondizionatamente mi riempì d’amore e mi insegnò a cucire.

Con profonda gratitudine a lei e ad ogni donna che ha incrociato il mio cammino.

A tutte le donne, con amore e stima.

Jasmine Di Benedetto

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